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Info
 

Lemony Snicket

Ring del 18 03 2005

 
 
    Dati
  • Questo ring è stato letto 5168 volte
 
 
 
 
 
 
 
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Contro

Recensione contro

Da grande voglio fare il Tim Burton

di Luigi Faragalli

L'Italia è un paese in cui si legge poco, molto poco, al di sotto di qualunque possibile soglia di allerta direi. In questo contesto non felice non c'è da stupirsi se al pronunciare il nome di Lemony Snicket difficilmente qualcuno dei vostri interlocutori tradirà la benché minima emozione. Raccontiamola dunque come ciò che questo film non vuole essere non riuscendo tuttavia a negare la propria incontestabile essenza, raccontiamola come una fiaba: c'era una volta, non molto tempo fa, in un buffonesco paese lontano lontano al di là del grande oceano, uno scrittore in cerca di un'idea, visse, tanto scrisse, l'idea non trovò ma dai suoi libri nacque un film in cui l'idea, ovviamente, mai nemmeno dimorò.

Fine fiaba.

Questo scrittore si chiama Daniel Handler, Lemony Snicket è il suo pseudonimo, è un nostro contemporaneo e sta scrivendo la propria personale saga per l'infanzia con protagonisti dei bambini un po' speciali. Una cosa alla Harry Potter per intenderci. Di diverso rispetto al maghetto ci sono le atmosfere un po' più cupe ed una buona dose di grottesco assieme alla pretesa di ricoprire il tutto con abbondante nera ironia. Una cosa alla Grimm per intenderci.
Insomma, nulla di nuovo e nulla che Roald Dahl, Benni o Pennac non abbiano già fatto molto meglio.
Attualmente dovrebbero essere stati pubblicati una decina di tomi, l'opera è prevista in tredici. Fortunatamente produzione, sceneggiatore e forse anche regista per la trasposizione cinematografica hanno deciso di risparmiarci un supplizio alla Rowling, con corrispondenza uno a uno tra libri e film, accorpando invece il racconto di più volumi in un'unica pellicola.
Al film la cosa non si può dire che abbia nociuto né giovato particolarmente.

Siamo semplicemente di fronte all'opera di un regista che vorrebbe essere un altro, e vorrebbe esserlo da un pezzo, almeno dal Casper del 1995. Brad Silberling me lo immagino inveire contro il cielo, sputacchiare, tossire, urlare, battere i pugni, strappare fogli e domandare al destino cinico e baro il perché… perché, perché, perché lui non è Tim Burton?

Perché non riesce a carpire il segreto? Dove sta il trucco? Perché i film di Tim sono così ed i suoi no?

Perché Brad si impegna, dio cattivo, lui ci mette l'anima di questa vita e anche un po' di anime di vite passate e future, lui non suda né una camicia né sette, lui ne suda settecentomila, lui ci dà dentro, lui sfacchina, lui studia, lui è preparato, è un perfezionista, è maniacale, è… è… è uno che si è scordato di fare il film mentre si preoccupava di curare i dettagli.

Gli scenari sono bellissimi, così come bellissimi sono i costumi, l'interpretazione di Jim Carrey è la solita caricatura marcatissima moltiplicata qui per ogni camuffamento del conte crudele, un passo indietro rispetto a Eternal sunshine of the spotless mind ma comunque valida,  buono il cast, buoni anche i dialoghi, belli anche i testi della voce fuori campo, tutto curato, tutto perfettino, tutto grottesco al punto giusto, tutto incredibilmente noioso.
Questo film, contrariamente a quanto si afferma nel vero incipit, al troncamento della falsa partenza allegra con pupazzetti canterini, non disturba nessuno, non fa paura a nessuno, non scuote alcunché. I ragazzini oggi sono abituati a sparare in testa ad androidi morti viventi posseduti da demoni babilonesi ed a stuprare una principessa aliena mentre guidano un suv a velocità folle in centro città falcidiando vecchiette e culle ripiene di neonati, tutto questo senza nemmeno alzarsi dal divano o staccare i ditini cicciuti dal cazzetto che si usa per giocare alla playstation, pad credo si chiami ma non ne sono sicuro.
E a tipacci così Silberling vuole far paura con un po' di effettucci speciali e qualche sanguisuga?
Il segreto dei film di Tim Burton è il talento del regista, una fantasia visionaria che non è maniera ma diretta emanazione di un animo variegato, complesso e desolatamente divertito e divertente, non si impara ad essere Tim Burton, imitarlo non serve granché.

Lemony Snicket è dunque una grande occasione mancata ed un discreto spreco di uomini e mezzi, con gli obiettivi dichiarati mancati di un bel po', personalmente spero che Silberling tuttavia non si arrenda e, abbandonando la sterile riproposizione dell'estetica altrui, cerchi una propria strada espressiva, un proprio modo di rendere i film palpitanti e coinvolgenti, così da mettere a frutto la sua indiscutibile abilità nel costruire immagini finemente dettagliate e stupefacenti.

 
 
 
 
 
 
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A favore

Recensione a favore

Tre fratelli fuori dal comune

di Lucio Carbonelli

"Questo non è un film dove troverete elfi felici e contenti," ci avverte una voce dallo schermo, "ma un film senza lieti inizi né lieti fini. Questo è un film che racconta di come i ragazzi Baudelaire diventarono gli orfani Baudelaire", conclude la voce narrante, e subito i colorati elfi di plastilina vengono spazzati via da colori scuri e ambientazioni gotiche; è così che inizia questo film, attraverso l'uso di una cornice meta-narrativa dov'è lo stesso scrittore che sta battendo la storia a macchina a invitarci a uscire dalla sala, se non vogliamo assistere a una storia spaventosa.

Il film accorpa i primi tre di una serie di libri scritti da tale Lemony Snicket e alla fine è abbastanza semplice: protagonisti principali sono i tre fratelli Baudelaire (rimasti orfani a inizio film, appunto) che vengono affidati al malefico Conte Olaf (loro parente alla lontana) il quale però pensa solo a come impadronirsi della cospicua eredità.

La storia è tutta costruita sui vari tentativi (sotto un treno, giù da un dirupo, mangiati da terribili sanguisughe) del conte di levarsi di torno i tre nipotini, però i Baudelaire sono tre fratelli fuori dal comune: Violet è un'intelligentissima inventrice, Klaus è un vorace lettore, Sunny un'assidua morditrice, e grazie a queste loro caratteristiche riusciranno sempre a cavarsela.

Ma la parte del leone, più che ai fratellini, spetta al Conte Olaf (e sue relative trasformazioni) interpretato da un magnifico Jim Carrey: da inetto guitto adorato dalla sua personale corte dei miracoli si trasforma prima in sedicente erpetologo alle prese con serpenti fintamente cattivi e poi in lupo di mare seduttore di zia paranoica; cioè, il Carrey che troviamo qui non è quello di film come Se mi lasci ti cancello o The Truman Show, ma piuttosto l'istrione mattatore di film come Ace Ventura e The Mask e resta il motivo principale per cui andare a vedere questa serie di sfortunati eventi.

In conclusione crediamo che questo film, godibile ma forse fin troppo "povero" e "leggero" per gli adulti, tuttavia non dispiacerà a bambini e ragazzi, soprattutto a quelli che non si accontentato delle storielle che hanno per protagonisti degli stupidi elfi e sono attratti più dai lati "oscuri" delle favole: d'altronde le favole (quelle vere) in fondo in fondo non sono sempre dei racconti horror?

Parliamo delle (inquietanti) favole dei fratelli Grimm per esempio, piccoli rifugi per dimenticare una realtà che magari è ancora più "horror" di qualunque altra fantasia.

Menzione dovuta per i bellissimi titoli di coda.

 
 
 
 
 
 
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Commenti
 

I lettori hanno scritto 3 commenti

 
 
utente
Benedetto XVI
  • commento Incomprensibile la resa dell'erpetologo italiano da parte del doppiatore. In altri film qundo l'effetto dell'accento si rivelava fondamentale si è sostituito ad esempio l'italiano con lo spagnolo...
 
 
 
 
 
utente
Benedetto XVI
  • commento per non perdere di efficacia.
 
 
 
 
 
Luigi Faragalli
Luigi Faragalli
  • indirizzo IP 151.65.218.104
  • data e ora Domenica 12 Dicembre 2010 [18:09]
  • commento E' comunque un peccato che non ci siano stati sequel.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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