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Ring del 19 10 2008

 
 
    Dati
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Contro

Recensione contro

Come ti ammazzo il mito

di Sara Troilo

Avevano ragione Kyle, Stan, Tweek e Cartman di South Park: qualcuno deve fermare Spielberg e Lucas dal rimaneggiamento delle pellicole di culto che sono riusciti a creare. In quella lucida puntata di South Park (la nona della sesta serie dal titolo Free Hat http://www.southparkstudios.com/clips/103549) i ragazzini volevano bruciare il remake di I predatori dell'arca perduta, tentando di dimostrare ai registi che un film, una volta distribuito, è del pubblico e come tale diventa un patrimonio collettivo che dev'essere rispettato anche dagli autori. Il momento della moralina con musichetta, presente in molte puntate di South Park è quanto mai attinente a questa recensione dal momento che nella nostra triste realtà, al posto del remake, ci ritroviamo con questo quarto episodio che esce a 19 anni dal già dubbio Indiana Jones e l'ultima crociata e, com'era immaginabile, si rivela una vera e propria operazione commerciale non solo pessima, ma anche irritante. Tra l'altro la ripresa della stagione di South Park è all'insegna proprio del personalissimo commento dei ragazzini del Colorado a proposito di questo quarto episodio. Non voglio anticipare nulla, dico soltanto che l'unico a cui è piaciuto il film è Butters...


Questo Indiana Jones e il teschio di cristallo riesce a non possedere nemmeno un merito e pare chiaro che lo sforzo per realizzare un buon film è stato del tutto assente. Dal forzato incipit con scene adrenaliniche fino all'orribile finale, non c'è un momento di buona ironia, non ci sono due minuti in cui si abbia la fuggevole impressione che Indy sia tornato davvero. Non bastano una frusta e un cappello per riesumare quel personaggio mitologico incontrato tanti anni fa sullo schermo con il suo fascino magnetico e il sense of humor capaci di farti dimenticare chi eri, immerso nella tua poltrona all'epoca in cui i multisala non esistevano, avvolta nel buio e travolta dalla musica da brividi del motivo principale della colonna sonora. I predatori dell'arca perduta è stato uno dei film che mi hanno fatta innamorare del cinema, ricordo perfettamente quando e dove l'ho visto e che mi ci aveva portata mio papà. Penso che al mondo tanti come me si siano sentiti defraudati di una parte della propria storia personale di fronte a questo insulso quarto capitolo. Mi spiego meglio: se Lucas e Spielberg ci avessero comunicato i gravi problemi finanziari che li hanno spinti a girare questa robaccia sperando in incassi sostanziosi derivanti dalla distribuzione in sala e dalla vendita di cofanetti di tutte le taglie della trilogia originale, penso che si sarebbe potuta organizzare una raccolta di fondi da donare ai due poveri registi e produttori.


Il fatto è che proprio non ci siamo su tutta la linea: Indy è spento e non credibile, l'erede non è solo detestabile, ma anche inutile e il finale del film fa cariare i denti e sembra scritto a quattro mani dalla Carfagna (ci mancava la sua incredibile battuta "mi fa orrore chi vende il proprio corpo per denaro". memorabile) e dalla Binetti. La storia sfrutta la guerra fredda per tirare fuori dal cilindro il russo cattivo e pure gli alieni, la sceneggiatura fa pietà e i momenti di ilarità vanno bene per i pomeriggi in oratorio. Unico momento in cui la mente non ti dice in continuazione "alzati e vattene" è quello in cui strani e atletici individui si muovono nelle tenebre tra le tombe e di certo non è sufficiente. In sintesi uno spreco totale di denaro e di cast che ha l'aggravante di infamare un mito che si chiama Indy.


E se questo è il modo di cedere il testimone per poi continuare a sfruttare il filone archeologo da combattimento con il ciuffettone dal giubbetto di pelle, direi che il colorito "Fuck you, Steve Spielberg" che Stan rivolge al regista nella succitata puntata ci sta molto bene. So fuck you, Steve Spielberg.

 
 
 
 
 
 
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A favore

Recensione a favore

La dolce ossessione di Spielberg per gli alieni contagia anche Indiana

di Francesca Paciulli

"Se vuoi diventare un buon archeologo devi uscire dalla biblioteca". Sa esattamente quel che dice il professor Jones quando, risollevandosi da una brusca caduta dalla motocicletta, imperturbabile, lancia lo spassionato consiglio ad uno sbigottito studente. David Koepp mette in bocca ad Harrison Ford questa gustosa battuta, l'inconfondibile tema musicale di John Williams si alza e la magia si compie: Indiana si cala il cappellaccio sulla fronte e schiocca la frusta e, improvvisamente, sei disposto a credere che il trascorrere degli anni non abbia cambiato di una virgola la sua capacità di mettersi nei guai e di uscirne con l'usuale coraggio e sfacciataggine. Poco importa se, questa volta, la sceneggiatura è più stiracchiata dei tre precedenti episodi - la fusione tra archeologia e elemento paranormale risulta un po' forzata e il legame "misterioso" tra il giovane Mutt Williams e Indiana piuttosto pilotato -, la mano felice di Steven Spielberg continua a regalare sequenze d'azione dal ritmo indiavolato (a cominciare dagli inseguimenti trascinanti, via terra, aria e acqua), citazioni colte e mai compiaciute (spettacolare l'entrata in scena del centauro Shia LaBeouf, novello Marlon Brando con ciuffo brillantinato, berretto e giubbotto in pelle alla "Selvaggio") e a coltivare la sua personalissima "ossessione" per gli uomini venuti dallo spazio. Potrebbero esserci infatti gli alieni, suggerisce Spielberg, dietro il mistero dei mitici Teschi di Cristallo del Tempio di Akator.


Usa, 1957. Mentre la Guerra Fredda domina la scena politica, l'archeologo Indiana Jones (Harrison Ford) viene scortato da un drappello di militari sovietici in un deposito nel mezzo di un imprecisato deserto del sud-ovest degli Usa. Dovrà trovare per loro un magico reperto archeologico - un teschio di cristallo Maya - e consegnarlo al loro capo, l'implacabile Irina Spalko. Sfuggito alle grinfie dei russi e al tradimento dell'amico doppiogiochista Mac (Ray Winstone), Jones torna al suo primo amore, l'insegnamento al Marshall College. La pace è però destinata a durare solo qualche giorno: preso di mira dalla Cia, che dichiara di non fidarsi di lui per via delle sue simpatie "comuniste", Jones viene licenziato e decide di partire per l'Europa. Ad intercettarlo prima della partenza è il giovane Mutt Williams (Shia LaBeouf, perfetto dall'inizio alla fine): insieme partiranno alla volta del Perù e alla ricerca del Teschio di Cristallo di Akator, tra serpenti giganti, formiche fameliche, mummie e popoli precolombiani.


Quarantaquattro anni dividono la faccia da schiaffi più quotata di Hollywood Shia LaBeouf, classe 1986, e il coriaceo ex falegname dell'Illinois Harrison Ford, classe 1942. Ad unirli "zio" Spielberg che di LaBeouf è stato lo scopritore (fu lui a segnalarlo a Michael Bay per il ruolo principale nella megaproduzione Transformers, quando ancora ad Hollywood tutti si chiedevano chi fosse quel ragazzetto dal nome impronunciabile) e a Ford ha consegnato il ruolo della svolta. Cappellaccio calato in testa, una laurea in archeologia appesa nell'ufficio del Marshall College, modi bruschi e fascino irresistibile: è il 1981 quando l'archeologo Indiana Jones schiocca per la prima volta la frusta. E gli spettatori ancora ringraziano. Sorprendente mix di fumetto, horror e fantasy, I predatori dell'arca perduta balza immediatamente ai vertici degli incassi riportando prepotentemente in auge il filone del film di avventura degli anni Trenta. Frutto del felice sodalizio tra George Lucas (autore del soggetto) e Steven Spielberg (regista), costato 18 milioni di dollari, il film ne incassa ben 230, raggranellando quattro Oscar (scenografia, montaggio, effetti speciali visivi e sonori), e dando vita ad una inesauribile fucina di sequel e scopiazzature (alcune passabili come La mummia, altre imbarazzanti come Il mistero dei Templari). Ai Predatori dell'arca perduta segue nel 1984 Indiana Jones e il tempio maledetto (ambientato nel 1935 e quindi concepito come prequel) e nel 1989 Indiana Jones e l'ultima crociata (ambientato nel 1938 e impreziosito dai duetti di lndy con il padre Henry Jones Sr alias Sean Connery).

In Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, a quasi venti anni di distanza dall'ultima avventura targata Spielberg, Ford torna ad indossare la giacca invecchiata ad arte del suo avventuroso alter-ego, e ancora una volta a dirigerlo è il papà di E.T. Diciannove anni dopo aver ritrovato - e smarrito - il Santo Graal, Jones è pronto a rimettersi sulle tracce di un misterioso reperto archeologico: uno dei tredici potentissimi Teschi di Cristallo della leggenda Maya. A scortarlo in questa nuova rocambolesca missione è il giovane bulletto Mutt Williams (LaBeouf), misteriosamente legato alla vecchia fiamma di Jones, Marion Ravenwood (Karen Allen), e ad inseguirli con intenzioni poco benevole gli agenti sovietici guidati dalla feroce Irina Spalko (Cate Blanchett, preziosa malgrado l'imbarazzante doppiaggio italiano). Montaggio serrato, effetti speciali meravigliosamente artigianali al posto della fredda computer graphic, e, soprattutto, una coppia di celluloide, Ford-LaBeouf, che funziona anche meglio del previsto, per 126 minuti di meraviglia per gli occhi di quegli spettatori che non vogliono crescere. E che quando, in una delle sequenze iniziali del film, intravedono l'ombra di Indy ancora prima che entri trionfalmente in scena, ancora si commuovono.

 
 
 
 
 
 
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