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Intervista

Speciale del 06 12 2006

 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Speciale

Al museo con Alexander Sokurov e enrico ghezzi

di Alice Trippolini

Non è da tutti assistere alla passeggiata domenicale per le vie di un museo tra il Maestro Alexander Sokurov e il critico che tutto il mondo ci invidia enrico ghezzi. Anche se il museo è la piccola Galleria Nazionale dell'Umbria, parzialmente inaccessibile per lavori di ampliamento. Anche se siamo solo a Perugia e non al Louvre di Parigi, né tantomeno all'Hermitage di San Pietroburgo. L'evento mi ha trovato impreparata. Il titolo della "passeggiata" era Le porte regali: saggio sull'icona, ben al di sopra delle mie possibilità, specie di domenica. Ebbene, ho passato uno dei più bei pomeriggi che un appassionato di cinema possa desiderare. Alla fine, dopo tre ore di camminata, nessuno si decideva ad andarsene: eravamo tutti un po' commossi, un po' colpiti e di sicuro molto pensierosi. L'esperimento pensato dagli organizzatori del Batik Film Festival era ambizioso: riproporre in scala la storica passeggiata di Arca russa, dove lo stesso Sokurov esplora metaforicamente le interminabili sale di un museo che racchiude la storia del suo paese. Accanto al regista, a fare da Capitano, il critico che più lo ammira e che è apparso visibilmente imbarazzato ed emozionato. Dietro di loro i semplici appassionati, rigorosamente in silenzio, che hanno potuto ascoltare attraverso apposite cuffie tutto ciò che regista e critico si sono detti. Una specie di Arca russa dal vivo, dove si è parlato di arte, di amore, di religione e soprattutto, di cinema e di immagine. C'era un'atmosfera surreale e fuori dal tempo, complice anche la fitta nebbia che avvolge la città da giorni e che si dirada solo salendo nel centro storico, immagine che ghezzi ha prontamente definito "sokuroviana".

L'esperimento è perfettamente riuscito, grazie soprattutto alla disponibilità del regista, che ha accolto con entusiasmo la proposta, aggiungendo di essere sorpreso che "nessun altro festival abbia pensato di fare una cosa del genere prima". Effettivamente, è un peccato. La Galleria Nazionale dell'Umbria offre una collezione limitata e le sue opere sono per la maggior parte a carattere religioso, perché la regione era sede papale. Noi ci accontentiamo: quando ci ricapita di passare un pomeriggio con Alexander Sokurov? Nel corso della camminata, scopriamo che prima di essere un grande regista è una persona profonda, aperta e disarmante. La passeggiata inizia davanti ad un cristo in legno che "sta scendendo dalla croce da solo". Il tema dell'icona è preso molto sul serio: Sokurov sottolinea come l'arte russa non permetta di ritrarre in modo così "libero" la figura del cristo, poiché le sacre scritture parlano di "deposizione". Il regista è profondamente religioso, ma anche cinicamente sincero nel sottolineare ciò che non lo convince. "La bibbia non ha descritto tutto, rimane molto di cui non sapremo mai - dice - Certo, siamo sicuri che cristo è stato crocefisso perché è dimostrato storicamente, ma il resto non si sa". Rispondendo a una domanda di ghezzi sull'ambiguità dell'immagine, contesta il modo in cui veniva raffigurata la sofferenza "Gli artisti e la chiesa hanno trasformato la sofferenza umana nel design supremo, dove c'è troppa attenzione ai particolari a scapito del dolore e della pietà". Ancora, davanti ad una madonna con bambino: "Non si guardano negli occhi: sembra che la madre si vergogni a guardare il figlio. Non c'è amore in questa immagine". A proposito di sguardo, Sokurov insiste sulla necessità di guardare negli occhi, o verso l'obiettivo, per cercare il contatto. Non è un caso che i suoi film tendano ad essere una specie di eterna soggettiva di se stesso. "Sono stato invitato al Vaticano per ricevere un premio e ho avuto un'udienza con il papa. Gli ho chiesto perché non guardava negli occhi le persone, non sto a dire cosa mi ha risposto". Insomma, disarmante e sincero. Il regista definisce "grande arte" quella che riesce a superare la prova del tempo, intendendo la capacità di farsi leggere e comprendere anche dopo centinaia di anni. Sempre parlando di arte, afferma che è "pericoloso avvicinarsi troppo al dolore, bisogna fermarsi ad un certo punto" e ghezzi lo incalza chiedendogli se lui stesso si è spinto troppo oltre nel suo Madre e figlio. "Non sono mai arrivato in fondo - dice - Il rapporto tra madre e figlio è una torre: arrivare in cima significa sperimentare l'amore più grande. Il problema non è sapere quanto tua madre ti ama, ma come scendere una volta arrivato in cima. Non si può amare così intensamente tutta la vita".

ghezzi suggerisce che il grande problema del cinema potrebbe essere l'incapacità di descrivere una "verticalità": non potendo descrivere l'evento nel tempo, si concentra sull'istante. Sokurov insiste: "Il grande problema del cinema sono i registi senza talento che si spingono oltre, con aggressività, senza esserne in grado". Un quadro del Perugino lo colpisce molto: si tratta della Pietà tra San Girolamo e Maria Maddalena "Si può capire fino in fondo un quadro simile solo se si è stretta a sé una persona morta - dice - L'amore estremo è stringere un corpo già privo di anima. Il mondo cattolico e quello protestante si sono molto allontanati dal corpo umano e dalla pietà per la carne. Anche il rito funebre moderno è fondato sulla distanza dal corpo e nel mondo occidentale solo l'anatomopatologo può toccare un corpo privo di vita, per distruggerne la compattezza". Tra il cinema e la pittura, solo la seconda è "profondamente libera". "Il pittore ha la capacità di creare uno spazio sulla superficie - dice - Non c'è nulla che divide spettatore e quadro. Al cinema non è possibile, c'è sempre un terzo incomodo tra spettatore e film: la lente del proiettore, cioè il vetro, separa lo spettatore dalla realtà". "Per questo - chiede ghezzi - nei suoi film sono così evidenti l'ottica e il mezzo attraverso cui gira?". "La mia è una lotta al mezzo, dove non sempre vinco" risponde Sokurov. Davanti a tutte queste immagini religiose, il discorso cade sulla fede e l'anima. Secondo Sokurov non è detto che tutti abbiano un'anima: può essere concessa da dio o guadagnata, mentre ghezzi afferma di essere un nichilista e di credere solo nella resurrezione. Il regista sottolinea spesso come i dogmi religiosi abbiano influenzato l'arte, arrivando a definire la cornice dorata intorno all'immagine di un santo un "modo per esercitare pressione psicologica verso chi guarda". Ghezzi fa una battuta su un certo "Hirohito d'oro" che il regista non capisce e tutti ridono.

Sokurov è gentile e discreto, ma anche profondamente tagliente. "Cristo ha provato a riflettere chiedendo al padre di non salire sulla croce. Gli è stato detto di andare, senza pensare". Parla anche di responsabilità collettive. "Quello che accade nel mondo non è responsabilità di una sola persona, ma del popolo. Hitler o Stalin sono stati sostenuti da molte persone ed erano l'espressione di un popolo: questa è la cosa triste. Si parla solo degli ebrei che hanno sostenuto Erode facendo uccidere Cristo, ma lo stesso è successo in altri paesi e civiltà". La sua indagine sul potere attraverso Moloch, Taurus e Il sole parla chiaro: erano solo uomini, il popolo li ha fatti diventare ciò che sono stati. La camminata continua, Sokurov è un fiume in piena e chiama ghezzi "il mio amico". Il saggio sull'icona si chiude con il cinema: "Il cinema è un'arte di volontà: non esistono film che non possono essere compresi, ma spettatori che si sono rifiutati di comprendere".

 
 
 
 
 
 
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