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libera critica cinematografica

 
 
 
 
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Voti

Il voto del redattore

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  • 1/5
  • valutazione
  • Inutile resa cinematografica di una vicenducola romantica, buona per far sognare le educande e suggerire qualche seduzione saffica alle anime belle ma non troppo.
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Il voto dei lettori

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Info

Gli amori di Astrea e Céladon

di Eric Rohmer

 
    Dati
  • Titolo originale: Les amours d'Astrée et de Céladon
  • Soggetto: Honoré d'Urfé (romanzo)
  • Sceneggiatura: Eric Rohmer
  • Genere: Drammatico - Sentimentale
  • Durata: 109 min.
     
  • Nazionalità: Francia
  • Anno: 2007
  • Produzione: Compagnie Eric Rohmer (CER), Rézo Productions, Alta Producción S.L.
  • Distribuzione: BIM
  • Data di uscita: 01 09 2007
 
 
 
 
 
 
 
 
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Recensione

Quando l'amore è cieco, è proprio cieco

di Antinoo

Gallia, V secolo dopo Cristo. In un agreste scenario pastorale, la bella Astrea (Stéphanie de Crayencour) ama, riamata, il bellissimo ed efebico Céladon (Andy Gillet), ma le rispettive famiglie osteggiano questa unione per antichi dissapori. I due, perciò, sono costretti a ricorrere a tutta una serie di sotterfugi per poter godere del loro amore, tra i quali il fingere di essere interessati ad altre persone. Proprio in un'occasione simile, durante una festa campestre, un pretendente di Astrea inizia a seminare nella pastorella il dubbio che la finzione sia divenuta per Céladon una piacevole e spassosa realtà. La ragazza, condotta nel luogo in cui l'amato si è appartato con una conoscente, scambia il bacio che lei gli ruba per una prova della sua cattiva condotta. Infuriata per essere stata ingannata e tradita, decide di vendicarsi mostrando a Céladon tutta la potenza della sua ira. Il giovane inizialmente cerca di far ragionare la fanciulla, poi tenta di convincerla che ciò che ha visto è solo un abbaglio, ma quando questa le intima di non avvicinarsi mai più a lei finché non sarà lei a desiderarlo, sprofonda nella più cupa disperazione.


Decisosi a non sopravvivere al suo cuore infranto, Céladon si getta nel vorticoso fiume che attraversa la vallata. Ma non muore. Viene, piuttosto, salvato da tre splendide ninfe, la più potente delle quali, Galatea (Véronique Reymond) subito si invaghisce del bellissimo umano, e decide di trattenerlo per sempre con sé presso il suo castello. Intanto Astrea scopre di essersi ingannata e ha prova dell'amore del ragazzo quando ormai crede sia troppo tardi, e piange tutte le lacrime che fino a quel momento ha trattenuto per rabbia. Svegliatosi dal torpore, Céladon crede di esser morto e trovarsi presso gli dei, ma la sorpresa nello scoprire che le ninfe che lo vegliano fanno parte del mondo reale diviene disperazione quando capisce che Galatea non ha intenzione di lasciarlo libero di andare per il mondo a mitigare il dolore per la fine del suo amore.

Solo la ninfa Léonide (Cécile Cassel) si immedesima nel dramma del giovane e decide prima di intercedere per lui presso Galatea e, al rifiuto di questa, di aiutarlo a fuggire. Liberatosi dalla sua prigione privata, Céladon non torna velocemente al suo villaggio a riabbracciare amici e parenti, ma decide di ritirarsi nel bosco a cantare il suo infelice amore e celebrare le bellezze di colei che una volta lo amava. Léonide, a quel punto, preoccupata per la sorte del giovane, che pare aver perso ogni contatto con la realtà, chiama in aiuto lo zio Adamas (Serge Renko), un potente druido, e insieme a lui cerca di convincere Céladon a tornare da Astrea. Il pastore, però, non si fa convincere e preferisce rimanere a disperarsi nel bosco piuttosto che infrangere il divieto che Astrea gli ha imposto, quello di tornare a lei solo nel momento in cui sarà lei a desiderarlo. Il druido, allora, studia un abile sotterfugio: invita il ragazzo a costruire un tempio alla divinità Astrea, dove la pastorella e il suo gruppo di amici, diretti ad una festa nel bosco, capitano quasi fortuitamente. Astrea riconosce la mano di Céladon e si dispera ancora di più, mentre il ragazzo riesce a scorgerla per un istante mentre è addormentata nel bosco. Adamas, allora, ricorre ad un escamotage per permettere al giovane di incontrarsi con la sua amata senza rompere alcuna legge: il travestitismo. I delicatissimi e vagamente femminei tratti di Céladon, infatti, ben si prestano ad un'operazione simile. Riuscirà il ragazzo a riconquistare la fiducia della sua bella, con un inganno simile?

E fin qui la trama di questo polpettone dai mille ingredienti melliflui, uno più indigesto dell'altro. Non basta che la didascalia iniziale ci informi che questo adattamento di Astrée, un romanzo del XVII secolo di Honoré d'Urfé non è stato possibile realizzarlo nei luoghi storici in cui è ambientato, causa urbanizzazione selvaggia, né la puntualizzazione che i costumi e gli scenari non sono storicamente corretti, ma fedeli a come i francesi del XVII secolo immaginavano gli antichi romani ed i popoli ad essi sottoposti: Gli amori di Astrea e Céladon di Eric Rohmer appare francamente senza alcuna ragion d'essere. La storia, già di per sé noiosa a morte, era forse valida per uno svenevole pubblico di altri tempi, ma senza un'attualizzazione o un qualcosa da comunicare al pubblico di oggi, rimane una semplice, fine a se stessa e vuota messa in pellicola di un romanzetto moraleggiante che inneggia alla purezza arcadica dei sentimenti che non esiste più. In tutt'altra direzione  dovrebbero andare gli adattamenti cinematografici di opere letterarie inerenti al mito: il primo paragone che Mi viene in mente è la Medea di Pier Paolo Pasolini, in cui la celebre storia della maga infanticida diventa scontro tra oriente arcaico ed immaginifico ed occidente razionale e calcolatore. Qui, invece, con un corollario di canzoncine pastorali, mottetti irriverenti e disquisizioni filosofiche prese di peso dal platonismo e dal neoplatonismo, un effeminato pastore si impunta sul divieto che gli viene imposto, quasi facendo pensare che ama più l'idea dell'amore che l'oggetto d'amore stesso. Non parliaMo, poi, della resa del travestimento: Mi limiterò a dire che, ad esempio, Sailor Moon è sicuramente meglio celata nei panni di Bunny. Céladon ha un mento troppo pronunciato, statura sproporzionata e mani enormi per essere una donna. Così le effusioni che si scambiano la presunta figlia del druido e la bella pastorella, fanno tutt'altro che propagare nell'aria un profumo di vago erotismo saffico e nemmeno riescono a far pensare alle iniziazioni tra lo stesso sesso tipiche della mitologia e della cultura pagana, ma rimandano soltanto lo spettatore ad interrogarsi circa il dramma della miopia e dell'astigmatismo ai tempi del V secolo dopo Cristo.

 
 
 
 
 
 
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